L’intervista, Trantino: «Ai giovani dico: mani pulite ma non per tenerle in tasca»

Enzo Trantino, una vita in trincea, prima al fianco di Almirante nei lunghi, avvincenti e travagliati anni della prima repubblica, gli anni dell’emarginazione della destra, dei tanti lutti ma anche dell’incubazione di tante idee diventate poi maggioritarie; poi tra i padri nobili di An nella seconda repubblica, fino alla rottura con Gianfranco Fini.

Riconosciuto da tutti, anche dagli avversari, come uno degli ultimi signori della politica, probabilmente di una politica che non esiste più. Oggi, per scelta, non partecipa più alla vita di alcun partito nell’agone urlante della politica italiana. Ma la politica è tutto ed è ovunque, per questo Enzo Trantino è un grande punto di riferimento culturale per l’intera comunità della destra siciliana, al di là e al di sopra dei partiti.

Avvocato, lei ha attraversato tutta la prima repubblica ed anche buona parte della seconda. Che razza di repubblica è quella odierna?

Le forme di governo, o comunque, di rappresentanza popolare, sono quasi sempre il DNA del popolo elettore. Non è semplicismo affermare che l’elettrocardiogramma politico degli italiani è prossimo alla definizione clinicamente disastrosa: “piatto”. Perché? C’è una diagnosi immediata, il resto è premessa o contorno: si è sfiatata la passione. La gente non crede quasi più a niente. Il resto segue come “l’intendenza” di De Gaulle. Perché non appaia conclusione ad effetto cito a testimone Giorgio Bocca, giornalista di fama, fascista e poi antifascista, quindi italiano “certificato”. Quando si verificò la sciagurata scissione di “Democrazia Nazionale” allontanatasi dal ceppo d’origine, il Movimento Sociale, restammo amareggiati ma determinati: io, per essere il più vicino a Covelli, separai i sentimenti dai doveri, e perciò restai nella “casa dell’onore” che aveva già accolto noi monarchici. Torniamo a Bocca, che gelò i facili entusiasmi annuncianti “la fine della Destra”, con una considerazione che scolpì la nostra esistenza politica. “Attenti. Questi non sono finiti, perché ci credono”. Ecco la prova insospettabile che noi eravamo il manifesto della passione pura.

L’Italia e la Sicilia ormai da oltre un decennio attraversano una spaventosa crisi morale ed economica. Lei vede spiragli che lasciano intravedere la fine del tunnel? E ancora, Nello Musumeci, con impegno e generosità, governa al timone di una nave in mezzo a una tempesta, per di più senza una maggioranza solida. Come andrà a finire? La Sicilia diventerà bellissima?

Per la Sicilia vedo spiragli di luce dove resistono “tunnel” infiniti. Se dovesse fallire l’esperimento Musumeci, avendo egli cultura di governo, integrità e concretezza, resterebbe un solo rimedio: commissariare la Regione con due soggetti in turnover. Un giapponese e un tedesco. Sono educati al senso dello Stato, al rigore dell’applicazione. I tedeschi sconfitti nella superbia, avendo sperimentato e fatto sperimentare una tragedia immane al mondo, hanno imparato che l’umanità è l’unico limite alla ragion di Stato; i giapponesi sono riusciti a perdonare chi li considerò abitanti di una terra da offrire alla morte, con l’esplosione della bomba atomica. A volte, il paradosso è rifugio culturale: sono, infatti, tentato di dare ragione a Isaac Singer: “L’uomo è stato l’errore di Dio”. Paolo Borsellino intanto, rinnova la profezia dal Cielo dei Giusti: “La Sicilia diventerà bellissima”. Non è una scelta, è dolente, disperata intimazione. E se non ora, quando? Strada in salita, scivolosa, pericolosa. Ma Almirante fece di noi piccoli uomini, differenti. Non eroi, ma differenti.

C’è ancora spazio in Italia per la destra sociale e nazionale, insomma per la destra figlia del Msi?

Spazio in Italia per la Destra? È come chiedermi: credi nella genetica? Credi nel futuro? Credi nei tuoi nipoti? La Destra è un destino.  Esaltazione? I fallimenti degli altri timbrano la convinzione. Un sogno? Se esso precede la realtà, ben venga.  Ricordate Jonesco: “La Destra è tradizione che si infutura”. È la sintesi di intenso passato, rivisitato nei tanti errori, presente, perché obbligo esistenziale; futuro, perché nessuno potrà pensare che mi sbaglio. Non potendolo dimostrare subito…

Quale consiglio si sente di dare ai giovani che oggi si approcciano alla politica? E cosa si sente di dire ai giovani che rigettano l’impegno in politica bollando a priori questo mondo come corrotto?

I giovani che si avvicinano alla politica se non sono ossessionati di diventare subito consiglieri di quartiere, e poi amministratori comunali, quindi parlamentari regionali, e, infine, nazionali, con lo scopo pensato ma non dichiarato di autoproclamarsi “statisti”, i giovani, se si convincono che i tempi della “cottura” non sono solo regole condivise, ma unità metrico decimale del procedere umano, devono percorrere, anche inciampando, avventure straordinarie. Se convengono che prima di arrivare a domani dovranno costruire l’oggi. Chi si è votato alla orizzontalità, e tra russare, sbadigliare quando sveglio, e, rinunciando ad alzarsi (verticalità), proclama editti, insabbiandosi nella patologia dell’insalata di parole, è arbusto tarlato, consunto dalla lunga sosta. Falsamente si dice “cattivi maestri”. Ma come può essere “maestro” chi non ha avuto l’umiltà di ammettere che c’è solo il dubbio contro la certezza. Ma il dubbio è la continuità della prova che la certezza sia un traguardo.

Quale certezza?

Quella morale, per cominciare. Mani pulite, non per averle tenute in tasca; cuore a prova di sforzo permanente; testa libera da supponenze, vivere il cantiere della vita e non insalivarsi sui doveri, mai o poco sperimentati. Gli scienziati dissero in varie lingue che il calabrone per limitata apertura d’ali, in corpo tozzo, non avrebbe potuto volare. Ma il calabrone, non conoscendo le lingue, decise di volare. L’impossibile è spesso l’alibi dei perdenti.

Intervista pubblicata sul Secolo d’Italia il 10 dicembre 2018

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