Lettera ai miei coetanei della generazione Atreju

Quando per la prima volta siamo entrati in sezione c’era ancora la vecchia guardia missina, i quadri con le foto dei comizi di Almirante in piazze sempre gremite, i tavoli coperti dal panno verde, le carte da gioco consumate dal tempo, i mozziconi per terra, il calcio balilla nella seconda stanza, la bandiera con la croce celtica e le riunioni interminabili su tutti i temi che riguardavano il mondo che cambiava insieme a noi.

Poi è arrivato il Popolo della Libertà, e quel mondo fatto di ragazzi cresciuti a pane, militanza e Tolkien, si è trovato “forzatamente” trasferito in un’altra casa, quella di chi alla militanza preferiva i casting, e alle teste pensanti le lingue penzolanti.

Il PdL è stato tutto quello che non doveva essere, un fallimento senza se e senza ma, del quale non si è salvato nulla, se non l’intuizione tatarelliana, certamente giusta, e cioè quella di unire in blocco coeso l’area culturale e politica alternativa alla sinistra. Ma non c’è stata né cultura né politica.

“Che fai mi cacci?”, la nipote di Mubarak, la caduta del Governo Berlusconi, il Governo Monti, la fine del Pdl, il ritorno di Forza Italia.
Un nastro di fallimenti e di amarezza per quel che quella stagione politica poteva dare, e che invece per poco non ha distrutto, disintegrato, annientato la Destra Nazionale.

In questa lunga traversata nel deserto, la generazione Atreju, quella dei ragazzi nati tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’90, è stata quella che più di tutte ha subito il rischio di estinzione politica. Non ha subito il ghetto del pregiudizio morale del dopoguerra e neanche il piombo del terrorismo, ma ha perso la Casa comune, e per chi predica e soprattutto pratica i valori dell’identità e della comunità, non può esservi nulla di peggio del perdere la Casa, la Famiglia.

Molti di noi, costretti a crescere in fretta, hanno lasciato la politica, magari si sono dedicati integralmente alle professioni, altri hanno deciso di osservare passivamente, altri ancora si sono affermati come buoni e talvolta ottimi amministratori, a tutti i livelli. Ma a tutti, sempre e comunque è mancata l’unità vera. Ci guardiamo negli occhi e sappiamo di essere cosa comune, sappiamo di aver inciso nella nostra anima l’insegnamento dei Padri, sappiamo d’aver giurato alla nostra terra di servirla sempre, da qualsiasi posizione, con lealtà e onore, però… però divisi, in Fratelli d’Italia, in Forza Italia, nella Lega, e in tanti altri partiti o realtà politico-culturali minori.

Ma oggi che le nostre tesi divengono maggioritarie non solo in Italia, ma nel mondo! Oggi, mentre il presidente degli Usa cita Evola, la fiamma tricolore d’oltralpe è primo partito di Francia e l’europa dei burocrati si sgretola sotto i colpi dei popoli sovrani, che senso ha una Destra divisa?
E quando parlo di Destra (quella con la D maiuscola) mi riferisco ad un’area culturale ed identitaria che viene da lontano, non alla semplice indicazione della geografia politica dove chiunque può collocarsi per opportunismo politico.

La Casa della Destra c’è, ed è quella costruita a mani nude da Giorgia Meloni e da molti dei ragazzi della generazione Atreju. Non me ne frega nulla di fare il panegirico del mio partito, credetemi! Anzi, di difetti in FdI ce ne sono, e sono quelli tradizionali del nostro mondo, ma come sempre, resto convinto che il peggiore dei nostri è il migliore di quelli che stanno li fuori, non perché è migliore ma perché è diverso. E lo dico forte di un’esperienza -per nulla semplice- maturata anche nella trincea dell’amministrazione pubblica.
Anche il peggiore dei nostri ha deciso di stare in un partito sin oggi sotto il 5%, senza soldi, senza faccendieri, senza nani e senza ballerini. Anche il peggiore dei nostri è stato un militante vero.

Oggi Fratelli d’Italia deve fare un salto di qualità, deve crescere, deve uscire dalla casa del padre senza rinnegarlo, e la generazione Atreju, unita, deve far diventare questo partito quel che non è stata Alleanza Nazionale, un riferimento forte, chiaro e sicuro nel mondo conservatore nazionale ed europeo. Dio, Patria e Famiglia, come valori universali, Tradizionali e intramontabili, colonne d’Ercole di una comunità amica dei Popoli e nemica delle élite figlie del dio denaro.

Ecco perché non è la destra che deve andare al centro, alla ricerca dei moderati (che nel mondo contemporaneo, a mio parere, sono creature mitologiche), i democristiani e i centristi (categorie del secolo scorso). Semmai è il soggetto poco ideologizzato ma alternativo alla sinistra che deve essere attratto dalla Destra, da una Destra dal pensiero forte ma disponibile al dialogo con quanti si ritengono alternativi alla sinistra e all’analfabetismo politico e amministrativo.

Per fare tutto ciò serve l’unità degli uomini e delle donne di questa grande comunità, e in molti casi sarà necessario allentare e tranciare i cordoni che ancora legano molti a protagonisti del tempo che fu e che oggi restano legati a schemi e partiti redditizi solo per il loro personale tornaconto.

Questa generazione Atreju deve decidere se restare truppa del Ras di turno o essere protagonista di una rivoluzione, che come diceva Almirante, sia pacifica marcia verso la conquista dell’avvenire.

Mettiamo tutti da parte i piccoli interessi di bottega, ricostruiamo la Casa migliorando, allargando e rendendo più eterogeneo quel partito, Fratelli d’Italia, che in passato, nella solitudine propria dei coerenti, ha illuminato il proprio cammino con la fiamma sempre accesa.

Rinnoviamo tutti insieme l’invito di Antoine de Saint-Exupéry, valido tanto per le esperienze di vita privata, quanto per quella comunitaria e politica:
Se vuoi costruire una nave non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro.
Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato.
Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave.

In alto i Cuori!

Alberto Cardillo

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