Stop al carcere duro per i mafiosi. Giustizia giusta?

Ergastolo “duro”, Consulta da l’ok ai permessi premio anche se non
collaborano.
Se fino a ieri si poteva pensare che i condannati all’ergastolo fossero, una volta per tutte, destinati a trascorrere il resto della loro vita in carcere, senza mai più poterne uscire, da oggi questa non è più
una cosa così scontata, perché adesso anche i condannati all’ergastolo che non si sono pentiti e che non hanno collaborato potranno usufruire di permessi premio.

Sul tema dell’ergastolo “ostativo” e sulla relativa concessione di permessi premio ai mafiosi si è pronunciata, qualche settimana fa, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, oltre alla Corte di
Cassazione ed al Tribunale di Sorveglianza di Perugia che hanno posto la questione all’attenzione della Corte Costituzionale.
Così, la Corte, è intervenuta ed ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4bis, comma 1, dell’Ordinamento Penitenziario. Tale articolo vieta la concessione di permessi premio ed altri benefici ai condannati all’ergastolo che non abbiano collaborato con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo di ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata.
Dall’analisi di questo articolo emergono il principio dell’ergastolo “ostativo”, ovvero quel principio secondo il quale un condannato all’ergastolo che non collabora non ha diritto a permessi e benefici,
ed il principio della “pericolosità sociale”, cioè quel principio secondo il quale il condannato all’ergastolo che non collabora e che non si pente è da considerarsi reticente e quindi “socialmente
pericoloso”.

La Consulta è intervenuta proprio su questi principi, sostenendo che possono essere concessi permessi premio ai condannati all’ergastolo, anche se non collaborano, purché questi si rendano
partecipi al percorso rieducativo, quindi azzerando il meccanismo dell’ergastolo “ostativo” , e che la pericolosità sociale non è più assoluta ma relativa e dovrà essere giudicata, caso per caso, dalle
relazioni degli Istituti Penitenziari, dai Tribunali di Sorveglianza e da informazioni e pareri di varie autorità. Tali principi sono stati considerati, dalla Corte, in contrasto con il principio costituzionale
della rieducazione del detenuto e con il reinserimento di questi ultimi nella società.

Ciò di cui si sta discutendo non è un racconto irreale ma pura attualità
Questa sentenza va ad abbattere una particolare rigidità nata all’indomani delle stragi di Capaci, di via d’Amelio, ecc., il cui intento era quello di indurre tutti i condannati a collaborare con la giustizia, riconoscendogli come “premio” i permessi, aiutando lo Stato a sconfiggere le
organizzazioni criminali. Adesso un ergastolano perché dovrebbe scegliere di collaborare, assumendosi i rischi connessi a tale scelta, se tanto ha diritto quasi agli stessi benefici?
Questa concessione quasi scontata potrebbe inoltre essere utilizzato dai mafiosi reticenti come strumento per riorganizzare più facilmente cosa nostra ed altre organizzazioni criminali, questo è un
rischio che va considerato.

In giorni come questo il pensiero va a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutte le vittime uccise dalla mafia e dalle stragi terroristiche che, con sentenze del genere, è come se venissero uccisi
un’altra volta.

Giorgio Spina

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