Quel che resta di Craxi

La storia insegna che i comunisti sanno essere spietati come nessun altro contro coloro che si oppongano alla loro egemonia.
Dalla carneficina di Nicola II e famiglia in poi, i figli dell’aborto rivoluzionario del 1917 hanno utilizzato ogni mezzo, dalla violenza brutale, alla non meno brutale arma della magistratura politicizzata.

A vent’anni dalla scomparsa di Craxi, leader socialista che tagliò la barba a Marx, scegliendo di legarsi alla più europea ed antica tradizione di Proudhon, resta un vuoto di culture, storie, visione e leadership politiche capaci di guardare oltre il piccolo sentiero delle campagne elettorali.
Il socialismo nazionale, Sigonella, il referendum sulla scala mobile, la revisione dei patti lateranensi, la politica estera euromediterranea e nel medio oriente, sono pietre miliari, patrimonio che oggi dovrebbe essere incondizionatamente condiviso.

Craxi ha certamente commesso errori ed è stato risucchiato dalle debolezze della politica del suo tempo, ha beneficiato ed è stato vittima di nani, ballerine e di un sistema di corruttele condiviso da tutto l’arco costituzionale.
Forse verrà il giorno in cui alla rabbia fascinosa delle manette -ancora in voga, vedi riforma Bonafede- si sostituirà la voglia di rileggere la storia d’Italia, da Dongo all’hotel Raphael.
Per arrivarci bisogna ancora toccare il fondo, ma se è vero com’è vero che il Sig. Di Maio è il ministro degli esteri, ci siamo quasi. Coraggio.

Alberto Cardillo

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